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CONFRONTO: I QUATTRO REFERENDUM

10 giugno 2011

♦ Perché non andare a votare ♦

NON VOGLIO DARMI
UNA ZAPPATA SUI PIEDI

di Luigi Mauro

Nessun trucco, nessuna delega. Non andare a ritirare le schede referendarie è, semmai, un diritto sancito dall’articolo 75 della nostra Costituzione e dalla legge nr.352 del maggio 1970. Il rischio, se non esistesse lo strumento del quorum, è quello che una minoranza di cittadini possa decidere per tutti. Cosa che appare in evidente contrasto con la democrazia. Se una maggioranza di elettori, invece, restasse a casa, andasse al mare, visitasse una città o se ne volasse all’estero, esprimerebbe una chiara preferenza. Preferenza che l’eventuale minoranza di votanti dovrebbe accettare in base proprio alle tanto sbandierate regole democratiche.

Domenica e lunedì, pertanto, io eserciterò il mio diritto di non votare. Non tanto perché l’attuale governo non vuole raggiungere il quorum o perché sono rimasto abbagliato dalla scorretta informazione attuata dall’attuale maggioranza politica di cui parla Valentina qui a fianco. Ma perché non voglio partecipare a quello che è diventato, a tutti gli effetti, un voto politico, quando invece in ballo ci sono cose serie che dovrebbero prescindere dall’orientamento di ognuno. Cose serie sulle quali tutte le forze politiche hanno fatto i loro comodi e con le quali stanno tuttora giocando. Se dibattiti e confronti sono mancati è colpa, infatti, sia del centrodestra che del centrosinistra. Più che quella degli esperti si sono levate solo le voci dei politici o dei soliti volti noti, appartenenti per lo più al campo dello spettacolo. E addirittura, su alcuni dei quattro quesiti, sono state cavalcate ondate emotive e avvallate inesattezze di fondo, in modo da fuorviare l’opinione pubblica.  Cercherò qui sotto di elencarle, cercando di evitare di argomentare con i soliti discorsi politici. Spiegando il perché non votando evito di darmi una zappata sui piedi da solo.

REFERENDUM NR. 1 – SCHEDA ROSSA

Questo quesito chiede di abrogare non tutto il decreto Ronchi, ma solo uno dei suoi articoli, nella fattispecie il 23bis. Deve essere chiaro che il tema non è la privatizzazzione dell’acqua, che è e rimarra un bene pubblico, ma la privatizzazione della gestione dei servizi idrici. Risulta lampante che l’acqua, con l’attuale legge, non è una merce, ma semmai lo sono i servizi idrici. Parliamo quindi della rete di acquedotti, le condotte di adduzione, le opere di presa. Va sottolineato che, allo stato attuale delle cose (gestione pubblica), per le condizioni in cui si trovano i nostri servizi idrici esiste uno spreco medio d’acqua del 40% circa, con punte dell’80%. Spreco, si badi bene, non dovuto alla non curanza dei cittadini, bensì a perdite dovute al degrado delle reti. L’articolo che si vuole abolire prevede che gli Ambiti Territoriali Ottimali, soggetti a cui i comuni sono chiamati ad associarsi per la gestione idrica, affidino i servizi idirici in concessione, con gare pubbliche aperte sia al pubblico che al privato oppure con un Partenariato Pubblico Privato: un’azienda pubblica che selezioni con gara un’azienda privata, a cui cedere almeno il 40% della società. Quindi, in realtà non è una vera e propria privatizzazione, ma una liberalizzazione, un modo per far partecipare alle gare anche aziende private. Cosa che oggi accade già, ma solo in un’esigua percentuale (5% totalmente private, 36% misto, 59% in mano in toto agli enti locali). E’ noto a tutti come i più grandi sprechi di denaro, associati alla grande inefficienza, sono caratteristiche del settore pubblico (si veda la sanità pugliese), il quale è fortemente politicizzato e lottizzato. Il privato, a differenza del pubblico, è notoriamente legato all’efficienza, senza la quale non c’è guadagno o addirittura c’è il fallimento. Il decreto quindi mira ad un miglioramento del sistema idrico nazionale, che attualmente “fa acqua” da tutte le parti.

REFERENDUM NR.2 – SCHEDA GIALLA

Il secondo quesito riguarda l’abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante «Norme in materia ambientale», limitatamente alla parte: «dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito». In soldoni, vuol dire che è previsto sulle bollette un rincaro che vada a coprire il capitale investito dal gestore del servizio idrico. Rincaro al quale è stato dato un tetto del 7%. Risulta chiaro che gli investimenti privati nella gestione delle risorse idriche sparirebbero in caso di vittoria del sì. Chi, nel libero mercato, si accollerebbe un lavoro che non ha nessuna rendita? Nessuno. Le aziende non sono associazioni no-profit. Non si può non prevedere un guadagno. E, come detto prima, senza il privato miglioramenti nelle reti non se ne potrebbero avere. In più, le attuali società miste operanti sul mercato andrebbero a sciogliersi, obbligando il pubblico a riacquisire le loro quote e a rienvestire attraverso soli finanziamenti pubblici (cioè di noi cittadini!) a fondo perduto. E’ vero purtroppo, però, che la remunerazione del capitale investito non è legata ad un obbligo del miglioramento della qualità del servizio, ma il quesito referendario, va specificato bene, non va a curare questa magagna della legge.

REFERENDUM NR.3 – SCHEDA GRIGIA

Arriviamo al quesito più sentito dalla popolazione: quello sul nucleare. Lasciamo perdere il fatto che anche molti dei quali si dichiarano oggi contrari a tale energia fino a poco tempo fa la sostenevano. Lasciamo perdere tutti i discorsi scientifici (nei quali io credo) che affermano quanto sia necessaria l’energia nucleare. Poco importa se ci sono limiti tecnici che non permettono alle energie rinnovabili di sostituire quelle prodotte con i carbonfossili e il petrolio, quelle sì davvero dannose, senza l’impiego contiguo del nucleare. Poco importa che noi l’energia nucleare la compriamo a caro prezzo (l’equivalente di un reattore intero) dalla Francia, la quale ha le centrali a poca distanza dai nostri confini. Poco importa che il grave disastro di Fukushima, con Chernobyl il peggiore della storia, abbia causato danni in un raggio relativamente ristretto (30 km), che confrontati con quelli del terremoto e dello tsunami appaiono molto meno significativi. Poco importa se le nuove centrali sarebbero di generzione più recente e, quindi, molto più sicure. Non conta nemmeno che in Italia, al momento della nostra uscita dal nucleare, eravamo all’avanguardia. Prescindiamo dal fatto che un kWh del fotovoltaico costa al cittadino 50 centesimi di euro e quello del nucleare costa meno di dieci. Non fissiamoci se per dare la stessa potenza di una centrale nucleare con l’eolico e con il fotovoltaico il costo lieviterebbe di 100 volte e il danno ambientale sarebbe enorme. Non concentriamoci nemmeno di fronte alla scellerata decisione della Merkel di abbandonare il nucleare, fatto che ha già fatto imbestialire le aziende e le fabbriche tedesche, le quali sanno bene che l’attuale crescita economica non sarebbe più permessa senza l’apporto dell’energia nucleare; e sanno che la ricerca sulle rinnovabili, fondamentale, perde importanti finanziamenti, che arrivavano grazie ai ricavi sul nucleare. Sbattiamocene di tutte queste giustificazioni che ribadiscono quanto importante sia l’energia nucleare. Veniamo invece al punto. Cioè al motivo per cui anche gli antinuclearisti più convinti dovrebbero semmai votare no. So che corro il rischio di passar per pazzo ma provo a spiegarmi: il quesito è stato riformulato, rispetto a quello per cui si eran raccolte le firme, dopo che il governo ha deciso una moratoria proprio sul nucleare, in seguito all’incidente giapponese. Ora si vota per abrogare due commi del decreto legge nr.34 del marzo 2011, cioè l’1 e l’8;  se il primo parla effettivamente di nucleare, l’ottavo parla della Strategia Energetica Nazionale. Questo, in parole povere, significa che è sull’esistenza di quest’ultima che si inciderebbe votando sì. Anche agli occhi dei più cieci, o di coloro i quali non vogliono vedere, dovrebbe apparire lampante che questo significa bloccare qualsivoglia strategia energetica. Giocoforza, quindi, anche una  basata sulle rinnovabili. Per questo motivo molti contrari al nucleare che si sono ben informati sono adesso contrari al voto. Purtroppo però, a livello nazionale, i media non hanno dato grosso rilievo a questa particolarità e i promulgatori del sì, schierati ormai solo politicamente contro Berlusconi e il suo governo, tacciono su questo tranello. Ma questa non è l’unica complicazione: pochi  hanno detto che gli elettori all’estero hanno già votato, espriumendosi però sul vecchio quesito. Siccome non ci sono precedenti di tal tipo, non si sa se questi voti verranno ritenuti validi o nulli. Forse, e ci vorrebbero mesi, si rifarà la votazione. Certo è che la speranza degli organizzatori è che le percentuali siano talmente nette da rendere ininfluenti i voti dei residenti all’estero. Il voto su questo quesito è più simbolico che davvero vincolante. Infatti, in futuro qualsiasi governo potrebbe comunque, anche in caso della vittoria dei sì, decidere per il rientro nel nucleare.

REFERENDUM NR.4 – SCHEDA VERDE

L’ultimo quesito non vuole abrogare il “legittimo impedimento”. Vuole far sì che non sia l’imputato a decretare la legittimità dell’impedimento, ma il giudice. Cosa che in realtà è gia stata cambiata da una sentenza della Corte Costituzionale. Questo quesito risulta quindi svuotato di reale significato. Infatti, anche se in teoria dovrebbe essere quello che importa di più al nostro premier, il dibattito su questo punto è quasi completamente svanito dalla scena politica. Votare no, farebbe restare la legge così come è, cioè quella voluta dalla Corte Costituzionale.

 

♦ Perché andarci e votare 4 sì ♦

NON PERDIAMO L’OCCASIONE
DI DARE IL NOSTRO PARERE

di Valentina Moavero

I referendum sono un‘ occasione per manifestare la propria opinione qualunque essa sia. E come tutte le occasioni non va sprecata, perché abbiamo la fortuna di poterci esprimere direttamente su di un argomento. Per me l’astensione vuol dire dare una delega in bianco a chi ha un’opinione (cioè chi va a votare) decidendo per tutti.
E’ stato stabilito un quorum per fare in modo che un referendum non risulti valido se non ci sono abbastanza cittadini interessati al tema proposto. Ma se ci sono e non si fanno contare stanno in qualche modo falsando la consultazione.
E’ come se in un’elezione uno schieramento, trovandosi in svantaggio, decidesse di boicottare il voto per impedire la vittoria dell’avversario. Ovviamente in questo caso non è previsto un quorum minimo chissà come mai.
Nel caso del referendum il non voto equivale spesso al “non mi interessa”. Però mentre io vado a votare, quello a cui non interessa decide il mio futuro andando al mare. Decisamente non lo trovo corretto. Chi non sente il dovere di esprimersi su un tema, accetti il verdetto di chi invece lo ha fatto. Altrimenti vada a votare.
Per questo io sono per l’abolizione del quorum; e per evitare di ritrovarci sommersi dai futuri quesiti referendari proporrei di aumentare il numero di firme necessarie per richiedere la consultazione .
E proprio per evitare il quorum l’attuale governo ha fatto di tutto per non fornire una corretta informazione riguardo ai quesiti. Qualcuno ha visto dibattiti sul nucleare e l’acqua sulle reti pubbliche pagate con i nostri soldi, in orari accettabili? Come ci si può formare un opinione se fanno di tutto perché non se ne parli? ora veniamo ai 4 quesiti: non mi dilungherò eccessivamente sugli aspetti strettamente tecnici ma su cosa ci viene chiesto e sulle perplessità che sono emerse

REFERENDUM NR. 1 – SCHEDA ROSSA

Il primo dei quattro referendum chiede se si voglia o meno abrogare il decreto Ronchi. Non si parla di privatizzare l’acqua ma comporta l’OBBLIGO di privatizzare la gestione dei servizi idrici. Il quesito quindi è sulla cancellazione di questa norma che vuole favorire i privati nella gestione. Prima di tutto vorrei chiarire che per me l’acqua è e deve rimanere un bene pubblico e non una merce poiché è indispensabile per la nostra sopravvivenza e in quanto tale rimanere accessibile a tutti
La privatizzazione è spacciata come la soluzione a tutti gli sprechi. Le poste, le ferrovie, le autostrade, la telecom sono state in parte privatizzate ma la loro l’efficienza non ha avuto grandi miglioramenti né ci sono stati grandi risparmi per gli utenti. Lo scopo delle imprese è il guadagno e la manutenzione è una delle voci più costose quindi è la prima ad essere tagliata (ve lo ricordate l’incidente ferroviario di Viareggio lo scorso anno?)Ci sono dei servizi che devono rimanere pubblici perché sono dei diritti ed è per mantenerli tali che li paghiamo con le nostre tasse. Provate ad immaginare se l’illuminazione pubblica fosse fatta solo dove è lucrativa? Il centro illuminato e la periferia no…Molti diranno che ciò già avviene in molte città anche con il pubblico; è vero ma è sempre migliorabile. A Scampia o allo Zen di Palermo il privato investirebbe volentieri?
Tornando all’acqua basta un confronto tra le tariffe della gestione privata con quelle pubblica. Nella prima ci sono stati aumenti anche del 12% con la gestione pubblica solo l’1% in più. Considerevoli gli aumenti in bolletta in Calabria, a Latina, e Benevento (esperienza personale) dove gli acquedotti sono passati ai privati. Le bollette di Milano e Roma, invece, nello stesso tempo sono rimaste quasi invariate. A Parigi e a Berlino sono tornati alla gestione pubblica dell’acqua

REFERENDUM NR.2 – SCHEDA GIALLA

Il secondo quesito propone l’abrogazione del decreto per la parte che dispone che la tariffa per il servizio idrico sia determinata tenendo conto dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito.
In parole povere vuol dire che la normativa permette al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% per recuperare il capitale investito. Rischio zero rendimento sicuro, che pagheremmo noi tramite la bolletta oltre al costo del servizio e degli investimenti. E questo sarebbe libero mercato?
Il costo dell’acqua è di circa un euro ogni mille litri. La rete idrica perde circa 40 litri ogni cento (ogni giorno circa 104 litri per abitante, il 27% di quella prelevata), in agricoltura va perduto circa il 60%, ma molto di ciò che si perde rientra in falda, quindi negli acquedotti. Per il Conviri (commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche) ristrutturare la rete idrica nazionale ci costerebbe non meno di 64 miliardi in 30 anni ma è inverosimile che un privato possa o intenda affrontare tale spesa, e se lo facesse ovviamente il ricarico lo pagheremmo noi.

REFERENDUM NR.3 – SCHEDA GRIGIA

E’ il referendum sul nucleare. Qui c’è stata confusione a causa del governo che con dei ricorsi (che ha perso) ha complicato ulteriormente le cose. La domanda è cambiata a causa di un decreto che introduce una finta “pausa di riflessione” sul nucleare per riproporlo in tempi più favorevoli. In pratica il governo ha detto “voi non siete in grado di decidere, il nucleare è la scelta giusta, rimandiamo solo di un po’”. Questo referendum è diventato una modo per affermare il diritto di esprimere la propria volontà sulle scelte energetiche del nostro paese.
Non esiste un nucleare sicuro. Del plutonio è stato trovato fuori dalla centrale di Fukushima e il territorio colpito non potrà essere abitato per almeno altri cinquant’anni. Le famose centrali della quarta generazione, capaci di gestire lo smaltimento delle scorie sono ancora un sogno. Quelle che si costruirebbero sono di terza generazione, e lo smaltimento delle scorie ricadrebbe sul territorio vicino. Anche se esistesse il nucleare sicuro il problema è l’affidabilità di chi lo gestisce. Vorrei ricordare che la giapponese Tepco, società privata, aveva deciso di prolungare l’attività della centrale di Fukushima. di altri 10 anni, oltre a tagliare (!) i costi di manutenzione… Ora immaginate una centrale costruita in Italia, nazione ad altissima urbanizzazione a differenza di Francia e Germania. Il paese dove è stato messa la sabbia al posto del cemento nelle case dell’Aquila, dove la camorra ha costruito delle scuole con materiali di risulta pericolosi, Chi ci garantisce che non risparmino sulla costruzione delle centrali per mangiarci sopra? E lo smaltimento delle scorie? Non si riesce a gestire la spazzatura a Napoli… Purtroppo le infiltrazioni criminali ci sono anche nel campo delle rinnovabili ma i danni sono più controllabili e non durano 80.000 anni! I problemi per la popolazione derivanti da un incidente in una centrale nucleare si trascinano per generazioni: le mutazioni derivate dal disastro di Cernobyl, per esempio, si trasmettono geneticamente.
Il nucleare inoltre non permette tariffe più basse. Una centrale costa tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, più i costi legati allo smantellamento e la messa in sicurezza delle scorie, più eventuali conseguenze di incidenti. Un recente studio del dipartimento per l’energia degli Usa dice il nucleare è già il più caro (11,15 cent/kwh contro i 9,61 dell’eolico e gli 8,03 del gas). Per avere un idea dei costi bisognerebbe considerare l’intero ciclo di produzione. Cioè, il costo dello smantellamento di una centrale, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive. Basti sapere che per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Per smantellarla sono necessari 635 milioni di dollari. Molti esperti parlano addirittura di aumenti dei costi ( inoltre l’Italia, dovrà importare l’uranio che è limitato come il petrolio quindi altro che indipendenza energetica). Questo mentre il costo, con investimenti inizialmente sostenuti, per il sostentamento le energie alternative, a cominciare dal fotovoltaico, nel tempo è destinato a diminuire.
La Germania, ha appena deciso di abbandonare il nucleare; ha cominciato a investire sulle energie verdi fin da Chernobyl, e il piano adottato non si limita a pianificare la chiusura di tutti gli impianti entro il 2022: hanno programmato di raggiungere la quota delle rinnovabili nel 2020, passando dall’attuale 17 % al 38%, per raggiungere l’80% nel 2050. Piano energetico del tutto assente in Italia, e la Francia, che ospita attualmente 58 centrali nucleari attive, è tentata di farne a meno: da un recente sondaggio risulta che il 62% dei francesi vuole che il paese ne esca progressivamente (in 25-30 anni), mentre il 15% vorrebbe un’uscita immediata. La Germania.

REFERENDUM NR.4 – SCHEDA VERDE

Abrogazione del legittimo impedimento. Vorrebbe ripristinare il principio della legge uguale per tutti. Questa norma non è contemplata negli altri paesi. E’ presente l’immunità parlamentare in Germania, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito. In Francia e in Spagna è limitata ai reati commessi nell’esercizio della funzione. In Italia questa norma permette al premier di non presentarsi ai processi perché impegnato in attività di governo. La Consulta ha imposto modifiche di rilievo, conferendo il potere decisionale al giudice anziché al premier. Si vota per confermare la legge o cancellarla del tutto.

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  1. jgor permalink
    10 giugno 2011 8:35 PM

    ti lascerei questo link, se lo guardi e ti turi il naso…

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