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INSONNIA

di Francesco Rositani

E’ quasi mattina e fa freddo. Sto camminando lungo Fredrikstraat con le mani in tasca e lo sguardo basso. L’asfalto rosso è bagnato e riflette la luce dei lampioni. Sembra quasi sia stato imbrattato da bambini dispettosi che scappati di casa durante la notte, hanno verniciato le strade a secchiate e poi ci hanno pisciato sopra. Vorrei fosse veramente così, per poter incontrare uno di quei bambini, farmi dare il secchio e lanciare anch’io schizzi di vernice sull’asfalto e sui muri delle case.

In Fredrikstraat ogni casa è così fottutamente perfetta: le pareti bianche sono veramente bianche e quelle celesti sono studiate per fondersi col cielo di mezzogiorno nei rari giorni di sole. Su ogni facciata si aprono delle voragini di vetro che da queste parti è l’idea comune di finestra. Alle finestre di solito sono appoggiati i più disparati soprammobili, comprati durante chissà quali vacanze esotiche o regalati da improbabili amici giramondo. In alternativa piante tropicali e fiori fluorescenti. Dietro, delle tendine semitrasparenti che celano i volti delle persone ma lasciano intravedere i corpi indaffarati degli inquilini. Se ti fermi ad osservare dietro alla tenda di una di queste finestre di queste case di questa via di questa città olandese, puoi vederci la quotidianità della vita, delle vite. Ecco la solitudine del lavoratore single: pasti surgelati e polvere sotto il divano. E la vedova che vive solo per il suo cane: televisione sempre accesa e il giardino pieno di merde. La coppia in crisi: urla ad ogni ora e sesso sfrenato in cucina per fare pace. Qualche casa più in là c’è anche la giovane coppia contraria ai metodi contraccettivi: bimbi che piangono ad ogni ora, pannolini, corsi di nuoto, numero del pediatra attaccato al frigorifero. Poi ci sono facciate più criptiche, per le quali uno sguardo rapido non basta a capire. Quando passi davanti alle finestre di queste case devi rallentare il passo, aguzzare l’udito, fingere che ti si sia slacciata una scarpa. Poi con naturalezza ti giri ed esamini con occhio clinico. Queste sono le case che preferisco, posso far galoppare la fantasia e dopo complessi ragionamenti convincermi che le due figure dietro le tende siano una coppia di chimici svizzeri emigrati qui da un paio di mesi per nascondersi da un potente centro di ricerca che avevano truffato in patria, facendosi stanziare fondi per un ipotetico progetto che in realtà non è mai esistito. Una volta arraffati i soldi se la sono svignata qui in Olanda ad atteggiarsi da famiglia borghese tranquilla ed arrivata. Ma tutti gli indizi portano a pensare che siano dei recidivi e la vita borghese presto li stuferà. E allora ecco che tenteranno un altro colpo anche qui. E io li osserverò perché non voglio perdermi una simile avventura.

Alle quattro di mattina in realtà gli schermi sono spenti e gli attori devono ancora iniziare lo spettacolo. Solo una finestra è illuminata, quella della signora Mallee: ogni giorno si alza molto prima che sorga il sole per infornare il pane naturale, quello vero fatto con la pasta madre. Quando sento il profumo caldo e persistente che circonda il giardinetto verdissimo della sua casa, inizio a saltellare impercettibilmente e fischietto sottovoce una canzoncina per bambini di cui non riesco mai a ricordare il titolo. Quel profumo rimane per ore ed è vinto solo dal traffico delle otto e dalle voci sguaiate degli studenti alla fermata del tram. La signora fa il pane per la colazione del figlio che, forse anche per quel profumo con il quale si sveglia ogni mattina, non si decide mai ad andarsene di casa nonostante nessuno lo chiami più “ragazzo” da qualche anno.

Insomma, ci sono io con le mani a pugno ficcate dentro le tasche dei jeans. Ci sono io che guardo i giochi di luce gialla dei lampioni sull’asfalto, annuso i segnali di una incombente mattina a Den Haag e fantastico come solo quell’ora buia e silenziosa mi permette di fare. Anch’io ho qualcuno a casa ad aspettarmi, qualcuno da cui ogni notte fuggo per rubarmi un ora di libertà, quel momento tutto mio che non riesco a prendermi durante il giorno.

 

E’ successo all’improvviso: un’infida insonnia che mi fa svegliare molto prima che arrivi il mattino. E’ comparsa un paio d’anni fa, senza nessun apparente motivo e soprattutto senza una soluzione. Addormentarmi non è affatto un problema, ma raggiungere le sette di mattina e sentire la sveglia suonare è ormai un’utopia. Mi sveglio e aperti gli occhi, mi diventa assolutamente impossibile richiuderli.

Quando passò una settimana e mezza e il problema non accennava ad andarsene, mi accorsi che la situazione era grave e non potevo ignorarla: ero sempre stanco, il lavoro mi annoiava già prima, adesso mi appariva una gogna. Una volta sveglio, di fianco Sarah che dormiva beata, iniziavo a pensare alla montagna che anche quel giorno avrei dovuto scalare prima di arrivare a sera. E poi la sera: una strada anonima che mi portava alla notte. Notte che volava in un attimo, passaggio troppo breve tra una montagna e l’altra. Impazzivo, quelle due ore e mezza sveglio nel letto erano una tale sofferenza che la sera cercavo di non addormentarmi per non doverle affrontare. Così mi mettevo nel letto gonfio di caffè e di scene macabre appena apprezzate in qualche film horror di serie B. E a dispetto di tutto addormentarsi era così semplice, sembrava che il mio corpo fosse fatto apposta per raggomitolarsi a palla e cadere in letargo. Ma appena chiusi gli occhi il sonno era minuscolo: tre secondi, tre… e le palpebre scattavano, come casseforti a tempo. Indeciso se sperare che fosse mezzanotte e dieci o le sei e mezza di mattina, guardavo la sveglia: le tre e tre quarti. Vaffanculo. Le mie ipotetiche sette ore di sonno risultavano ancora solamente ipotetiche. Altre due ore e mezza da passare mummificato sotto le coperte: mi veniva da piangere.

Anche prima mi succedeva spesso di vivere il sonno come un brevissimo battito di ciglia tra una giornata e l’altra: niente sogni, immobile tutta la notte, i ricordi della sera precedente stampati in testa. Le mie giornate marciavano una dopo l’altra senza soluzione di continuità. Non mi svegliavo soddisfatto, non andavo al lavoro felice, ma almeno aprivo gli occhi al suono della sveglia e avevo la forza di saltare fuori dal letto e pedalare fino all’ufficio senza riflettere troppo. L’aspetto più fastidioso rimaneva comunque uno: non mi ricordavo mai i sogni e anzi dubitavo di farne. Questa fatto mi infastidiva, perché fin da piccolo ero dotato di una rigogliosa fantasia, che mi aveva accompagnato durante l’adolescenza e mi aveva protetto dall’evidenza della crudeltà del mondo adulto. Non poter ricordare i sogni, mi sembrava un furto che l’invecchiamento aveva apertamente compiuto nei miei confronti.

Tutto questo comunque sembrò una sofferenza minima in confronto all’insonnia. Inizialmente diedi la colpa a Sarah e al fatto che si muoveva nel letto durante la notte. Le dissi che sarei andato a dormire sul divano, che lì sarei riuscito a farmi svegliare dalla luce del sole. Invece non cambiò nulla, mi svegliavo sempre in quel limbo tra notte e mattina.  L’unico passo avanti fu che dopo il risveglio raccoglievo il telecomando e con gli occhi sbarrati mi sintonizzavo sulla CNN e il tempo passava più in fretta. L’insonnia però non migliorava, la giornata era sempre un incubo e in più Sarah credeva che volessi mandare a rotoli il nostro matrimonio. Allora tornai nel lettone matrimoniale, che ci aveva costruito il suocero come regalo di nozze. Spazioso, in legno di ciliegio, con raffinate incisioni di immagini bibliche sulla testiera, dominate da un cristo in croce. Il letto scricchiolava in maniera infernale ma era un bellissimo letto, con buona pace dell’Ikea – sosteneva Sarah. In ogni caso ci avevo sempre dormito e, con mio sommo dispiacere, non potevo addossargli la colpa dell’insonnia. Passai un paio di settimane adottando una tecnica intermedia: mi svegliavo di fianco a Sarah al preludio della mattina e dopo aver verificato che dormisse profondamente, scivolavo come una biscia fuori dalle coperte, e mi cacciavo sul divano a guardare le news in TV. La TV non era una soluzione, ma come palliativo funzionava discretamente. “E in ogni caso inizio la giornata già informato su quello che succede nel mondo”, mi dicevo.

Poi una notte, dopo le operazioni di scivolamento, arrivai in soggiorno e vidi fuori dalla finestra che pioveva. Mi avvicinai, posai i gomiti sul davanzale e osservai: veniva giù fitta fitta a gocciolone grosse, fatto raro nei Paesi Bassi. Sembrava quasi un temporale estivo e faceva un tale baccano che potevo addirittura sentirne lo scrosciare attraverso le finestre superisolate. Mi ritrovai con un leggero sorriso ed un aria frizzante che non avevo mai provato in tutte quelle mattine di veglia forzata. Così infilai la giacca in fretta e uscì a sentire il rumore della pioggia. Rimasi fuori sul pianerottolo fino a mattina: sentivo la pioggia, guardavo la pioggia, annusavo la pioggia. E poi osservai quello che stava dietro la pioggia e mi accorsi che la via nella quale vivo da quando me ne andai dall’Italia in quel preambolo di mattina era diversa. In realtà era sempre la stessa, mancava solo la luce del sole e le persone e le automobili e i rumori. Era la stessa via, ma era vuota e non aspettava che di essere riempita. Seduto in una sorta di contemplazione, mi accorsi appena che si era fatto giorno. Per la prima volta il tempo era volato e mi dispiacque che le ore regalatemi dall’insonnia finissero così in fretta.

La mattina successiva mi svegliai alle tre e quaranta, aprii gli occhi e con la mia collaudata mossa felina sgattaiolai fuori dal letto e trotterellai in cucina. Mi fermai ad osservare il finestrone che dava su Friedrikstraat, lo stesso vetro da cui la notte precedente ammirai la pioggia scrosciare sull’asfalto rosso. Mi affacciai e guardai fuori: la strada era deserta, le case silenziose. C’era solo la luce gialla dei lampioni che illuminava con discrezione le finestre delle case. In quel momento ogni finestra mi sembrò un varco attraverso il quale entrare nella vita dei miei vicini. Inquadrai la casa di fronte alla mia: bastava scostare un attimo la tenda, stare attenti a non far cadere i soprammobili o rovinare le piante e si poteva penetrare con facilità nella loro alcova addormentata.

Corsi in stanza a prendere un maglione, mi infilai in fretta un paio di scarpe e uscii di casa. Sull’uscio mi fermai ad ascoltare: niente. Annusai l’aria: c’era odore di umido. Avevo mai sentito l’odore di umido la mattina, quando uscivo per andare al lavoro? Non lo so. Non lo so perché la mattina non mi ero mai preoccupato di annusare, non mi ero mai preoccupato di ascoltare. A pensarci bene, non mi ero nemmeno mai preoccupato di guardare. Il tragitto per andare al lavoro era sempre lo stesso, il supermercato al secondo incrocio a sinistra, la banca sempre dritto e poi sulla destra per un isolato, il bar attaccato all’ufficio, ma quando ho voglia di un caffè buono da Gianni che sta in Sweelinckplein a otto minuti da qui. Pensai che se ci fossi andato ad occhi chiusi ci sarei arrivato uguale. La vista mi serviva solo per evitare le macchine e i pedoni.

Presi a camminare, prima sul marciapiede che costeggiava casa mia, poi sull’altro. Continuai a zig-zag, fermandomi davanti ad ogni finestra. Tutte le luci erano spente, dietro le tende non si vedeva nulla e nessuno. Ma anche se gli schermi sembravano spenti e gli attori addormentati, in fondo intravedevo un barlume di luce e delle ombre che lentamente prendevano vita e mi raccontavano la storia di quella casa. Erano storie banali a volte, vite quotidiane che procedevano su binari sicuri. Altri però erano racconti folli di politici corrotti e ballerine russe, speleologi avidi, banchieri ossessionati dai loro segreti. Quella prima volta non tutte le vetrate si accesero al mio passaggio. Alcune erano così buie che non riuscì a vederci niente, nonostante lo sforzo. Allora passavo alla successiva, ma il cruccio di sapere cosa succedeva lì dentro era forte e aumentava mattina dopo mattina ogni volta che ci capitavo davanti. Scrutavo dentro quegli schermi scuri con morbosa curiosità e cercavo in tutti i modi di cogliere un attimo di vita, un’ombra di persona. Alla fine, dopo più di un anno, ognuna di esse ha ceduto rivelandomi le storie intime che rendevano speciali quelle mura.

E come ogni giorno anche adesso, in quest’ora che non si può definire né notte né mattina, sono in strada che accendo le mie finestre e guardo dentro alle vite dei vicini. Vicini che per la maggior parte non ho mai conosciuto, ma che ormai mi sono così cari da non poterne più farne a meno. In una giornata di pioggia, simile a quella che mi ha spinto fuori di casa per la prima volta, sto saltando di casa in casa, di finestra in finestra per farmi raccontare da quelle case appisolate le vere storie che rendono viva questa via. In questo modo ho incontrato la signora Mallee che mi ha  insegnato a riconoscere il profumo del pane fresco; così ho conosciuto anche i chimici svizzeri, dei quali non sono mai riuscito a sapere il vero nome, data la loro estrema riservatezza. E poi ci sono tutti gli altri, quelli che ignorano completamente la meraviglia di intrecci e ramificazioni che popolano questo angolo di città, ma contribuiscono con le loro piccole storie a restituire il significato originale a queste lunghe file di mattoni disposte l’una di fronte all’altra ad incorniciare una lingua rossa di asfalto.

Talvolta nel mio girovagare notturno cerco di dare una mano ai vicini in difficoltà. La settimana scorsa ho consigliato un antipulci alla vecchietta con il cane, lunedì ho lasciato il numero di telefono di un mio amico maestro di pianoforte, alla coppia che non usa i contraccettivi, la quale cercava una scuola di musica a cui iscrivere il figlio maggiore. Ovviamente non posso suonare alla porta e consegnare il flaconcino di antipulci o dettare il numero di telefono, perché loro non sanno che io so. Ed oltre all’imbarazzo mio di presentarmi sul pianerottolo con un aiuto non richiesto, c’è il problema della privacy: le finestre mi lasciano sbirciare dentro le case, ma il patto è che io non dica niente a nessuno, che tenga tutto per me e custodisca queste storie gelosamente. Allora ho escogitato un compromesso: porto con me un bloc-notes ed una penna e quando mi rendo conto di poter essere utile, infilo un biglietto sotto la porta d’ingresso.

Appena la luce del sole fa capolino in fondo alla strada io rientro in casa, mi rimetto a letto e aspetto che suoni la sveglia. Sarah sbadiglia e girandosi mi da un bacio. Io sorrido, vado in cucina a fare colazione e in venti minuti sono già fuori di casa a slegare la bicicletta dal portabici. Mentre sono accucciato ad armeggiare con il lucchetto ascolto: la signora Majelle sta cercando di svegliare il marito che ieri mattina è stato fino a tardi al pub, si sente dai continui colpi sordi che sta sferrando alla porta, dopo che lui l’ha chiusa a chiave per dormire ancora dieci minuti in pace. I bambini che mi passano a fianco profumano di latte tiepido e cacao. Oggi sono nervosi perché hanno la verifica di scienze sul vulcanesimo. Salgo in bicicletta e prima di partire per chiudermi in ufficio, guardo il cielo. C’è qualche nuvola e un vento freddo che viene da nord. In definitiva è una bella giornata.

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